ANDREA BUZZICHELLI PHOTOGRAPHY

#fake

testo introduttivo Steve Bisson (Steve Bisson is a Italo-belgian art director, curator, working mainly in the field of urbanism and visual anthropology).

Nel 2013 Andrea Buzzichelli si trova quasi per caso davanti ai meravigliosi diorami del Museo di Storia Naturale di New York. Difficile per un fotografo non restare rapiti da questi finti scenari che ricostruiscono minuziosamente alcune sezioni di tipici ecosistemi naturali. La tentazione, di isolare quel desiderio tutto umano di progettare una finzione della realtà nel minimo dettaglio, è forte. Esso è assurdo e paradossale quando pensiamo che la maniacale e indiscreta attenzione scientifica per la natura va di pari passo con la sua stessa distruzione, sempre da parte della specie umana. Alla fine il fotografo toscano ne esce con una serie di immagini che paiono davvero reali, quasi fossero frutto di un safari più che di una visita al museo.
Tuttavia ciò che colpisce, oltre la bontà delle immagini, è scoprire come altri fotografi, più o meno importanti, abbiano vissuto la stessa ipnosi. Ad esempio, è formidabile svelare la somiglianza con il lavoro di Hiroshi Sugimoto che per vari decenni ha lavorato su quegli stessi diorami. La lista è lunga, cercando con attenzione si scoprono una moltitudine di progetti che esaminano realtà simili in varie parti del mondo. C'è come una sorta di sindrome "diorama victim" che accomuna moltissimi autori. Senza parlare dell'oceano di immagini che si accumulano in rete ogni giorno grazie ai nuovi visitatori del museo che sognano il brivido di esser rincorsi dalle ossa di un dinosauro.
Per quanto affascinante, questa ultima riflessione, ha spinto Buzzichelli a conservare nel cassetto queste immagini per qualche anno. Che senso ha mostrare delle fotografie se già un altro le ha realizzate prima di me? Tutto legittimo, finché qualche mese fa ha cominciato a pormi diversamente la questione. Devo necessariamente preoccuparmi che ciò possa rappresentare un omaggio a qualcuno? No, ho pensato. Ciò che dovrebbe muovere un fotografo da sempre è la curiosità. Se vi è qualcosa che strega la fantasia perché limitare la nostra immaginazione. Perché bloccarci davanti alla possibilità che qualcun altro possa aver vissuto un'esperienza intuitiva analoga. Quando un gesto è onesto, sano, e nasce da una intenzione vera personale, allora non bisogna aver timore di condividerlo.
Trovo più interessante sviluppare invece che castrare il denominatore comune che ha spinto vari autori e in epoche diverse a dialogare. Dal momento che la produzione fotografica non è più appannaggio di pochi intrepidi come ai tempi dei pionieri dell'800 e delle prime camere ottiche, vale la pena approfondire le motivazioni più che il gesto in sé. Se dobbiamo preoccuparci di cosa c'è già in circolazione allora forse non ci resta tanto da fotografare. La deriva astratta, concettuale, o azionista nella fotografia è un rifugio per molti artisti che si sentono defraudati dal mezzo. La sfida diventa il mezzo allora. Il processo. E' una possibilità, talvolta anche frutto di logiche egocentriche. L'alternativa è continuare a fare ciò di cui non si può fare a meno. Così semplice. E se ciò significa scattare con gli occhi innocenti di un bimbo che non si preoccupa molto dei discorsi da adulti, allora, possiamo restare sereni.
Certo l'insidia dell'imitazione esiste, è innegabile, ma essa è figlia di un'operazione razionale e non più creativa. Alla buona creatività è meglio non porre confini.

Steve Bisson


In 2013 Andrea Buzzichelli found himself almost by chance in front of the wonderful dioramas of the Museum of Natural History in New York. It's difficult for a photographer not to be captivated by these fake scenarios, that minutely reconstruct typical sections of natural ecosystems. He cannot help but try, using his camera, to isolate the whole human intentionality of designing a fiction of reality in the smallest detail. An absurd and paradoxical situation if we think that this maniacal and indiscreet scientific attention for nature goes hand in hand with its own destruction, on the part of the human species itself.

The end result is a series of images that seem truly yo be real, as if they were the result of a naturalistic report, rather than a visit to the museum. What is striking is to find out how other photographers, of greater or lesser fame, have experienced the same hypnosis. For example, one is struck to discover the resemblance to the work of Hiroshi Sugimoto, who for several decades worked on those same dioramas. Digging deeper, we discover a multitude of projects that examine similar realities in various parts of the world, and that probably reflect the same fascination. There is a syndrome, one we might call "diorama victim".

This latter consideration led Buzzichelli to keep these pictures in the drawer for a few years. What's the point of showing photographs similar to others already produced by another important photographer? Quite right and proper, until a few months he began to frame the question differently. As a maker of images, is it right to photograph something that has already been done? Do I necessarily have to worry that this gesture might be a tribute to someone? I don't think so. What a photographer should always be inspired by is curiosity. If there is something that haunts our imagination, why limit our imagination. Why suffer some kind of block over the possibility that someone else may have experienced a similar intuitive experience. When an artistic act is honest, healthy, and is born of a true personal intention, then we must not be afraid of sharing it.

I find it interesting to develop, instead of castrating, that common denominator that has pushed different artists, at different times, towards dialogue. Of course there's no denying that the danger of imitation exists, but that is a rational operation, not a creative one. It is as well not to place limitations on creativity, a positive force.

Steve Bisson
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